L’io in offerta.
26 febbraio 2011 1 commento
Alcune informazioni-discussioni-analisi dovrebbero essere assodate, come quella sul perchè e per chi eseguiamo il compito della spesa. Ieri mi diceva una maestra che a scuola a volte arriva il cavolo lesso, per i bambini. Nello scorso intervento sulla pastasciutta ho cercato di evidenziare l’esperienza del mangiare: un bambino che ha quel cavolo lesso e moscio che lo guarda, cosa deve pensare? Che nessuno gli vuole bene, e tanto meno il mondo che gli “dà” quel cavolo. Ho messo le virgolette perchè vorrei addentrarmi, successivamente, nell’esperienza dell’offrire il pasto. Intanto rimaniamo alla spesa. Mentre leggi la parola “spesa” come ti sei immaginata? Sola, davanti ad uno scaffale di un supermercato o nell’affollata folla del negozio di alimentari o di frutta e verdura? Fino a pochi anni fa era sicuramente la seconda, ed ho usato il femminile perchè gli acquisti di cibo al maschile se li fanno quasi solo i single e gli studenti. Sono quattro anni che chiedo a duemila bambini delle scuole di Pisa, ed è preponderantemente la mamma a fare gli acquisti. E’ difficile trovare oggi (ne conosco una sola, e scrive su questo blog) qualcuna/o che non acquisti soprattutto nei supermarket. Già la luce che ci circonda nei due casi è diversa: algida, hopperiana, nei supermercati, più calda e guttusiana quella del negozio, o del mercato. Dove vorresti essere? Credo pochi dubbi, e allora perchè non ci sei? Questa è la domanda chiave, risolta la quale potremmo cominciare a decollare verso una splendida agricoltura locale. Personalmente ritengo che quando stiamo acquistando un vestito o un etto di formaggio abbiamo un atteggiamento interiore diverso a quando compriamo una pizza pronta col prosciuttino seccato incellofanata e pronta ad essere messa nel forno. Quasi quasi vorremmo che il “sogno” di mangiare quella pizza già pronta comprendesse anche la consumazione e il relativo apporto nutrizionale. Non è vero che il cibo ha perso il suo aspetto simbolico, non potrebbe poichè l’antropologia ci obbliga all’aspetto simbolico; è vero invece che ha assorbito i simboli del nostro tempo: veloce e immaginario. Ci hanno abituato a delegare alla vita immaginaria, quella del “potrei/potrebbe”, l’insoddisfazione prodotta dalla vita sensoriale, spostando la nostra attenzione verso “l’interno” e il “dopo” del percepire piuttosto che sull’atto, sull’esperienza estetica (nel senso di opposto ad anestetico) del percepire. Acquistando, compriamo sempre noi stessi, e ogni volta gestiamo il compromesso tra ciò che vorremmo acquistare/essere e ciò che invece ci possiamo permettere, in entrambe le dimensioni.