L’io in offerta.

Alcune informazioni-discussioni-analisi dovrebbero essere assodate, come quella sul perchè e per chi eseguiamo il compito della spesa. Ieri mi diceva una maestra che a scuola a volte arriva il cavolo lesso, per i bambini. Nello scorso intervento sulla pastasciutta ho cercato di evidenziare l’esperienza del mangiare: un bambino che ha quel cavolo lesso e moscio che lo guarda, cosa deve pensare? Che nessuno gli vuole bene, e tanto meno il mondo che gli “dà” quel cavolo. Ho messo le virgolette perchè vorrei addentrarmi, successivamente, nell’esperienza dell’offrire il pasto. Intanto rimaniamo alla spesa. Mentre leggi la parola “spesa” come ti sei immaginata? Sola, davanti ad uno scaffale di un supermercato o nell’affollata folla del negozio di alimentari o di frutta e verdura? Fino a pochi anni fa era sicuramente la seconda, ed ho usato il femminile perchè gli acquisti di cibo al maschile se li fanno quasi solo i single e gli studenti. Sono quattro anni che chiedo a duemila bambini delle scuole di Pisa, ed è preponderantemente la mamma a fare gli acquisti. E’ difficile trovare oggi (ne conosco una sola, e scrive su questo blog) qualcuna/o che non acquisti soprattutto nei supermarket. Già la luce che ci circonda nei due casi è diversa: algida, hopperiana, nei supermercati, più calda e guttusiana quella del negozio, o del mercato. Dove vorresti essere? Credo pochi dubbi, e allora perchè non ci sei? Questa è la domanda chiave, risolta la quale potremmo cominciare a decollare verso una splendida agricoltura locale. Personalmente ritengo che quando stiamo acquistando un vestito o un etto di formaggio abbiamo un atteggiamento interiore diverso a quando compriamo una pizza pronta col prosciuttino seccato incellofanata e pronta ad essere messa nel forno. Quasi quasi vorremmo che il “sogno” di mangiare quella pizza già pronta comprendesse anche la consumazione e il relativo apporto nutrizionale. Non è vero che il cibo ha perso il suo aspetto simbolico, non potrebbe poichè l’antropologia ci obbliga all’aspetto simbolico; è vero invece che ha assorbito i simboli del nostro tempo: veloce e immaginario. Ci hanno abituato a delegare alla vita immaginaria, quella del “potrei/potrebbe”, l’insoddisfazione prodotta dalla vita sensoriale, spostando la nostra attenzione verso “l’interno” e il “dopo” del percepire piuttosto che sull’atto, sull’esperienza estetica (nel senso di opposto ad anestetico) del percepire. Acquistando, compriamo sempre noi stessi, e ogni volta gestiamo il compromesso tra ciò che vorremmo acquistare/essere e ciò che invece ci possiamo permettere, in entrambe le dimensioni.

 

Mangia bene chi specula

Ancora un intervento sulle rivolte del pane in Africa, dal CorrierEconomia

http://content.slowfood.it/upload/a222f7908c58cce7f45b0eafe665e66f/files/2011022133591.pdf

“Dategli le brioches”

La prossima volta che scenderemo in piazza, forse sarà per chiedere il pane. Anche da noi, in alcune regioni, siamo alla fame. Partendo da quest’articolo di Paul Krugman,  http://www.nytimes.com/2011/02/07/opinion/07krugman.html?_r=2 Roberto Reale di Rai News 24 ha costruito un servizio, non completamente condivisibile, sul rapporto tra il pane ed il sangue africano e la nostra abitudine alimentare. “Il prezzo del cibo

Cartesio, Moliere e la pastasciutta

Chi nasce sordo, vive con una certa difficoltà l’assenza di quel senso. Le persone diversamente sensoriali sviluppano un altro-senso che tende a riequilibrare la relazione sensoriale col mondo. Così chi è sordo sviluppa il senso del non-udito, aumentando la percezione di vibrazioni aeree, per esempio, ed altre capacità percettive. Il mio punto di vista è che questo è possibile grazie al fatto che colui vive in un mondo di udenti e parlanti.

Noi siamo un colloquio“, recita il titolo di un libro di qualche anno fa scritto da Eugenio Borgna. Il senso è chiaro: la nostra relazione narrativa col mondo ci determina e ci costruisce, non in senso metaforico, oggi diciamo virtuale, ma nella realtà della nostra carne, del nostro amore, della nostra tristezza, della vita e della morte. Contrariamente al detto comune, ritengo che noi mangiamo per quello che siamo: una persona stupida mangia cose stupide.

L’impatto sensoriale che ha il cibo su di noi è la chiave di questa relazione, in cui “l’extradiegetico” è più forte del contenuto stesso, cioè più forte di ciò che abbiamo nel piatto. Chi ha provato ad imboccare un bambino di pochi mesi, usa tutta l’extradiegesi che ha nella sua creatività: “é in arrivo un aereo carico carico di… piselli..”, “un pò a te e un pò a Camillo…”

Se gli uomini fossero sordi non avrebbero la lingua come oggi la conosciamo, non avrebbero relazione, storia, radici, colloqio e dunque non avrebbero se stessi. L’idea che la nostra costruzione culturale sia un accessorio estetico scaricabile da internet è così diffusa che noi stessi costruiamo le nostre idee, i nostri pensieri, “informandoci” su Google, dove una sola cosa è vera: se non ci sei, non esisti. Invece esistiamo malgrado Google, perchè prima ancora di nascere siamo immersi nel continuum affettivo-culturale che la nostra mamma, innanzitutto; i parenti a vari livelli, e l’ambiente relazionale poi atavicamente ci sostiene e ci alimenta.

I mammiferi mangiano ciò che amano, o forse amano ciò che mangiano, sin da quando “mangiano” la mamma e attraverso il calore, la tattilità, i suoni ed i mugolii che circondano il neonato si costruiscono “l’esperienza” del mangiare, in cui il latte materno è la mamma stessa: più la amiamo più la mangiamo, più la mangiamo più la amiamo. E la mangiamo con tutto il nostro estetico corpo, che narrativamente riduciamo in cinque dimensioni sensoriali, ma in cui siamo noi, l’io mangiante ad essere pienamente/affettivamente/esteticamente coinvolto.

Il linguaggio sensoriale del cibo necessità della dimensione estetico-affettiva, senza la quale siamo muti al nostro corpo, alla nostra mamma, ai nostri avi. Uomini, donne, persone: decosificare e ripersonalizzare il ciclo del cibo coltivato e raccolto da contadini; rispettato, scelto e distribuito dai commercianti; amato e cucinato da cuochi; amato e mangiato dai mangiatori… (Ecco che manca una parola che definisce chi mangia nell’atto del mangiare, o forse sono io che non la conosco) Digerito e restituito alla Terra che se ne pasce così come noi ci pasciamo di essa. Mangiamo ciò che amiamo, ed amiamo ciò che ci nutre.

Questa relazione prosegue tra alti e bassi, producendo una maturazione dell’individuo verso l’autonomia, fino ad arrivare ad un irreversibile iato: la mensa scolastica. Troppo presto il bambino viene strappato dal rapporto amore-cibo e scaraventato in materne dove la mensa è a turni, e privata di tutto quel rapporto esperienziale che aveva a casa.

Come fare? Attendo preziose e feconde idee.