Sei modi di dire greenwashing

Greenbean

Sissi Semprini- presidente Greenbean

Cresce anche in Italia la domanda di prodotti green e si molti- plicano le iniziative di marketing che tentano di sedurre il consumatore proponendo un prodotto, o una marca verde. Dietro l\’angolo si nasconde però un rischio: il “greenwashing”. È il termine anglosassone che indica “quando una società o un\’organizzazione impiega più tempo e denaro ad affermare di essere verde attraverso la pubblicità e il marketing, piuttosto che nel mettere in atto misure che riducano al mini- mo il suo impatto ambientale”. Il greenwashing è un neologismo coniato da attivisti ambientali americani ispirandosi al whitewashing che in inglese vuol dire nascondere, coprire o dissimulare fatti spiacevoli ed è utilizzato soprattutto in politica. È un fenomeno che si sta diffon- dendo a macchia d\’olio in tutto il mondo, insieme alla crescente attenzione delle persone verso la sostenibilità ambientale, la riduzione dei consumi e delle emissioni.

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Greenwashing – La soia irresponsabile

Vera e propria pubblicità ingannevole. Un gruppo di imprese multinazionali dell’agro.business (Monsanto, Bp-Gargill, Unilever) e la catena di supermercati Ahold sono riusciti la settimana scorsa a collocare sul mercato 218.000 tonnellate di soia transgenica della brasiliana Maggi, dichiarandola e certificandola come «soia responsabile». I semi saranno comprati da Unilever e da un gruppo di imprese olandesi di alimenti dietetici e altre di alimenti per animali.

Gli standard per definire «sostenibile» la soia in questione sono dettati dalla «Round Table on Responsible Soy» (Rtrs, o «tavola rotonda sulla soia responsabile»), un gruppo imprenditoriale finanziato dal governo olandese fin dal 2005 (www.responsiblesoy.org), che promuove la coltivazione di soia transgenica su 224.000 ettari in Bolivia, Brasile, India, Argentina e Paraguay. Chi ne definisce i criteri sono dunque 69 imprese commerciali che operano nella catena della soia, fra cui Adm, Cargill, Bunge, Rabobank, Bp, Shell, Unilever, Monsanto, Syngenta e Ahold, oltre a una decina di organizzazioni non governative, secondo le quali questa soia è stata coltivata secondo modelli agricoli di sviluppo sostenibile, utilizzando tecnologie compatibili con l’ambiente e favorendo il progresso sociale – tra l’altro permettono che la soia sia coltivata in suoli deforestati. Pare incredibile, ma a dare la pennellata verde a questa operazione commerciale ci sono anche il Wwf e altre due organizzazioni ambientaliste, The Nature Conservancy e la brasiliana Fundacion Vida Silvestre.

viaIL MANIFESTO.

Una breve storia del greenwashing

As the contemporary environmental movement built momentum in the mid-to-late 1960s, undermining the public trust in many a corporation, newly greened corporate images flooded the airwaves, newspapers and magazines. This initial wave of greenwash was labeled by former Madison Avenue advertising executive Jerry Mander and others at the time as “ecopornography.”1

viaCorpWatch : A Brief History of Greenwash.

L’indice di greenwashing

Come le corporations si rifanno un’immagine verde senza cambiare nella sostanza

The EnviroMedia Greenwashing Index – Home.

Walmart cambia il sistema agro-alimentare?

L’industria alimentare, in particolare i trasformatori come Coca-Cola, Kraft e General Mills, e fast food come McDOnald’s, stanno facendo un forcing to guadagnarsi la fiducia delle autorità pubbliche e di combattere la cattiva pubblicità e la minaccia di regolazione statale. L’industria è vulnerabile perché ha creato, pubblicizzato e venduto cibo che danneggia la salute pubblica e contribuisce alla crescita dei costi per il sistema sanitario.

via Kelly Brownell, Ph.D.: Walmart: Changing the Nation’s Food Supply?.