La salute ha un prezzo, spesso troppo caro

L’alimentazione sana non è solo una questione di scelta, neppure di educazione. Troppo spesso esistono barriere economiche che non permettono l’adozione di comportamenti alimentari salutari e che rendono la dieta bilanciata un lusso per pochi abbienti. L’allarme è lanciato dai ricercatori americani dell’University of  Washington, di Seattle.

Attraverso un’indagine sulle abitudini alimentari di un campione eterogeneo di popolazione e l’analisi della spesa per le distinte categorie di alimenti, gli autori hanno potuto osservare che il consumo di particolari cibi era sfavorito dai prezzi.

 

via obesita.it

Carboidrati e funzioni cognitive, meglio i cibi a lento rilascio di energia

Il glucosio rappresenta il “carburante” preferenziale per il cervello ed è il substrato energetico che i circuiti nervosi utilizzano per coordinare le funzioni cognitive e sostenere attività fondamentali come la memoria e l’attenzione. La disponibilità del glucosio nel sangue dopo i pasti costituisce quindi un fattore limitante nella performance cognitiva e lavorativa quotidiana.

Via obesita.it

Percezioni alterate del gusto, la colpa è della dieta

Secondo i ricercatori australiani della Deakin University, gli individui sovrappeso ed obesi non risponderebbero correttamente agli stimoli gustativi dei grassi. Questa condizione, probabilmente legata ad una ridotta sensibilità, sarebbe dovuta consumo abituale di pasti grassi e verrebbe rispecchiata da un minore indice di gradimento, potenzialmente responsabile della recidività nei comportamenti alimentari scorretti.

via obesita.it

 

Dieta mediterranea e mobilità nell’anziano

L’associazione tra dieta mediterranea e riduzione del rischio di malattie croniche trova ampia conferma in numerose evidenze scientifiche. Anche per il declino cognitivo associato all’età sono stati descritti i benefici di questo modello alimentare. Poche evidenze sono invece ad oggi disponibili sugli effetti della dieta mediterranea sulla qualità della vita dell’anziano, e sono peraltro limitate a popolazioni che la consumano per tradizione.
In questo studio, la velocità di una camminata della durata di 20 minuti, che rappresenta un buon indicatore di salute in età avanzata, di 2.225 soggetti con più di 70 anni, è stata messa in relazione con l’aderenza alla dieta mediterranea, definita con un punteggio (compreso tra 0-2,3-5 e 6-9 punti) e stimata mediante la compilazione di appositi questionari di frequenza di consumo degli alimenti.
La velocità maggiore è stata registrata per coloro che assumevano una dieta più simile a quella mediterranea, rispetto agli altri gruppi. Nell’arco di 8 anni, sia per coloro che camminavano più velocemente che per coloro che tenevano un passo più lento, è stata osservata una riduzione della velocità, indipendentemente dallo stile alimentare. Tuttavia, la maggiore aderenza alla dieta mediterranea è risultata essere predittiva di un minor declino della velocità di camminata normale.
Questi risultati suggeriscono pertanto che, in popolazioni che non assumono regolarmente una dieta di tipo mediterraneo, l’adozione di tale modello alimentare comporta effetti favorevoli per la mobilità degli anziani, in termini di maggiore mobilità e qualità della vita.

Via nutrition-fundation.it

Frutta secca e sindrome metabolica

Il consumo di frutta secca è stato associato, in numerosi studi, ad un miglioramento del profilo lipidico e della risposta glicemica. Gli effetti a lungo termine del consumo di questi alimenti sono invece meno noti.
In questo lavoro è stata valutata l’associazione tra il consumo di frutta secca e il rischio di sindrome metabolica in una corte di 9.887 adulti sani, reclutati nell’ambito dello studio prospettico SUN (Seguimiento Universidad de Navarra). A tal fine, il consumo di noci, mandorle, nocciole e arachidi (valutato mediante la compilazione di uno specifico questionario di frequenza di consumo) è stato messo in relazione con la presenza di sindrome metabolica (definita come la presenza contemporanea di almeno tre componenti tra i seguenti: circonferenza vita ≥ 94 cm per gli uomini e ≥ 80 cm per le donne, trigliceridi ≥ 150 mg/dL, HDL-C < 40 mg/dL negli uomini e < 50 mg/dL nelle donne, pressione sistolica ≥ 130mmHg e/o pressione diastolica ≥ 85mmHg, glicemia a digiuno ≥ 100mg/dL).
Nell’arco dei 6 anni di follow-up, sono stati registrati 567 nuovi casi di sindrome metabolica, con un’incidenza del 5,7% (circa l’1% all’anno, quindi).
L’analisi dei risultati mostra che coloro che consumavano 2 o più porzioni a settimana di frutta secca presentavano un rischio di sindrome metabolica ridotto del 32% rispetto a coloro che dichiaravano di non consumarne. Tale associazione risultava particolarmente forte tra le donne (Odds Ratio, o OR, pari a 0,29) mentre non era statisticamente significativa tra gli uomini (OR=0,90).
I risultati di questo studio prospettico dimostrano quindi l’esistenza di un’associazione inversa tra consumo di frutta secca e rischio di sindrome metabolica, supportando così l’importanza di consumare questi alimenti nell’ambito di una dieta bilanciata.

Il consumo di frutta secca è stato associato, in numerosi studi, ad un miglioramento del profilo lipidico e della risposta glicemica. Gli effetti a lungo termine del consumo di questi alimenti sono invece meno noti.
In questo lavoro è stata valutata l’associazione tra il consumo di frutta secca e il rischio di sindrome metabolica in una corte di 9.887 adulti sani, reclutati nell’ambito dello studio prospettico SUN (Seguimiento Universidad de Navarra). A tal fine, il consumo di noci, mandorle, nocciole e arachidi (valutato mediante la compilazione di uno specifico questionario di frequenza di consumo) è stato messo in relazione con la presenza di sindrome metabolica (definita come la presenza contemporanea di almeno tre componenti tra i seguenti: circonferenza vita ≥ 94 cm per gli uomini e ≥ 80 cm per le donne, trigliceridi ≥ 150 mg/dL, HDL-C < 40 mg/dL negli uomini e < 50 mg/dL nelle donne, pressione sistolica ≥ 130mmHg e/o pressione diastolica ≥ 85mmHg, glicemia a digiuno ≥ 100mg/dL).
Nell’arco dei 6 anni di follow-up, sono stati registrati 567 nuovi casi di sindrome metabolica, con un’incidenza del 5,7% (circa l’1% all’anno, quindi).
L’analisi dei risultati mostra che coloro che consumavano 2 o più porzioni a settimana di frutta secca presentavano un rischio di sindrome metabolica ridotto del 32% rispetto a coloro che dichiaravano di non consumarne. Tale associazione risultava particolarmente forte tra le donne (Odds Ratio, o OR, pari a 0,29) mentre non era statisticamente significativa tra gli uomini (OR=0,90).
I risultati di questo studio prospettico dimostrano quindi l’esistenza di un’associazione inversa tra consumo di frutta secca e rischio di sindrome metabolica, supportando così l’importanza di consumare questi alimenti nell’ambito di una dieta bilanciata.

Via nutrition-fundation.it

Le multinazionali del cibo favoriscono l’incremento di sovrappeso e obesità. La produzione di soft drink, insieme a quella di tabacco, è tra le attività industriali più redditizie al mondo. Che fare?

Stuckler e Nestle hanno ricordato che esistono tre vie principali per interagire con le grandi multinazionali alimentari. Uno: lasciare che il settore si regolamenti da solo e che le forze di mercato auto-correggano le ricadute negative. In questa prospettiva non sono previsti interventi diretti sulle aziende, ma al massimo iniziative di informazione, in modo che i singoli individui arrivino a preferire cibi sani a quelli non salutari. Due: puntare a collaborazioni con l’industria perché anche lei dia una mano a diffondere una cultura del “cibo sano”. Tre: puntare su iniziative di regolamentazione esterna del settore da parte dei governi: dalle restrizioni alla pubblicità per bambini a standard più stringenti per la qualità dei pasti serviti nelle mense, alle tasse sui prodotti spazzatura.

via Il Fatto Alimentare

I difetti dell’alimentazione moderna – Il Fatto Quotidiano

Sul numero del 28 marzo della rivista Cancer è stato pubblicato un rapporto sull’epidemiologia dei tumori negli Stati Uniti nel periodo 1975-2008. I centri che hanno partecipato alla stesura del documento sono tra i più autorevoli:  il Center for Disease Control and Prevention, laNorth American Association of Central Cancer Registries, il National Cancer Institute e l’Amercian Cancer Society e i dati presentati sono incoraggianti. La mortalità per cancro ha continuato a diminuire nel corso degli anni e a questo trend positivo si è aggiunta una lieve riduzione dei nuovi casi quantificabile in uno 0.6% in meno nei maschi nel periodo tra il 2004 e il 2008 e in uno 0.5% in meno nelle donne nel periodo 1998-2006, con una tendenza però al livellamento dal 2006 al 2008. Significa che, oltre alla mortalità, anche i nuovi casi di tumore si stanno riducendo anche se lentamente e non in modo omogeneo per tutte la categorie prese in esame.

via Il Fatto Quotidiano